FabLab, makerspace, hackerspace, TechShop: l’importanza delle definizioni

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FabLab, makerspace, hackerspace, TechShop: l’importanza delle definizioni

In queste pagine abbiamo più volte dato definizioni della parola FabLab, per chiarire soprattutto i requisiti che la comunità internazionale ha fissato. È innegabile che la parola “FabLab” in Italia abbia avuto una particolare fortuna, arrivando a diventare per il grande pubblico un generico sinonimo di laboratorio.
Sappiamo infatti che il nome FabLab nasce più specificamente per indicare una rete di laboratori, ovvero quelli che si richiamano alle intuizioni del prof. Neil Gershenfeld del MIT e che si riconoscono nella FabCharter.

Esistono altri termini che identificano laboratori di fabbricazione e tecnologia, e in rete si trovano diversi articoli che provano a mettere ordine (tra cui segnalo quello di Gui Cavalcanti). Da bravi maker, pratici e pragmatici, non vogliamo perderci in disquisizioni tassonomiche ma solo capire qualcosa di più di un variegato mondo pieno di sfumature.

Ho recentemente elaborato questa immagine che rappresenta la mia mappa mentale delle caratteristiche distintive di ciascun tipo di laboratorio. Non ho la pretesa di dare delle definizioni definitive, ma vale la pena di condividerla.

Gli hackerspace vengono da una tradizione culturale-tecnologica relativamente antica, quella del movimento hacker, e sono molto legati all’informatica, alla telematica, all’open source e al digitale. Le attività hardware di un hackerspace sono prevalentemente legate al riciclo di vecchi computer o apparecchi elettronici o alla realizzazione di circuiti elettronici; è infatti proprio l’elettronica il principale elemento in comune con il movimento dei maker. Quello dei maker è un movimento più giovane che ha appunto coniato la parolamakerspace proprio per indicare uno spazio che fosse più orientato all’hacking di oggetti non necessariamente elettronici: il makerspace è un’officina condivisa, dotata di spazi di lavoro, attrezzature, macchine digitali e non. È l’ambiente dove si svolgono corsi per adulti e bambini, e spesso si trova anche all’interno di scuole perché costituisce il laboratorio per eccellenza.
Arriviamo quindi ai FabLab, ovvero una categoria speciale di makerspace: di questi ultimi condividono tutti gli aspetti, dallo spazio alle attività alle attrezzature, ma hanno in più alcune caratteristiche immateriali -potremmo dire alcuni valori– che riflettono la loro origine accademica: nei FabLab si privilegiano le tecnologie digitali a sfavore delle tecniche artigianali manuali, con l’obiettivo di cercare la corrispondenza biunivoca tra bit e atomi, ovvero tra rappresentazione digitale e fabbricazione di un oggetto complesso. A differenza dei makerspace, che sono singoli laboratori slegati tra loro, spesso anche organizzati in forma di impresa a carattere commerciale, i FabLab sono una rete che condivide un set di strumenti e processi. I FabLab si impegnano ad essere aperti al pubblico gratuitamente almeno per parte della settimana.
Vi è un’ultima categoria, che è quella dei TechShop: questa parola non è molto diffusa in Italia, e quindi l’ho sostituita con un generico “service“. Stiamo parlando di laboratori che offrono servizi di prototipazione per conto degli utenti: sono quindi vere e proprie imprese, organizzate spesso in franchising come appunto i TechShop americani, attrezzate con macchinari di alto livello e staff in grado di seguire gli utenti nella realizzazione dei propri progetti. Questi service condividono le tecnologie di cui abbiamo parlato finora, ma decadono i concetti di condivisione, community, ricerca.

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